The lightness of a garden and the burden of memory – by B.B.

 

the garden of the finzi continis

‘For many years I wanted to write about the Finzi-Continis – about Micol and Alberto, about Professor Ermanno and Signora Olga – and about all the others who inhabited or, like me, frequented the house in Corso Ercole I d’Este, just before the last war. But the stimulus, the impulse to do it really came to me only a year ago, on a Sunday in April 1957.’

[Translation by William Weaver]

Dear friends,

After a long absence, I update my literary logbook. I have stumbled upon a novel that I think it is right to read once in a lifetime, although not perfect. I am talking about Giorgio Bassani’s The Garden of the Finzi-Continis (original Italian title: Il giardino dei Finzi-Contini), published for the first time in 1962 and inspiring material for Vittorio De Sica’s 1970 film of the same name. It belongs to the cycle known as Il romanzo di Ferrara, together with Five Stories of Ferrara (Cinque storie ferraresi), The Gold-rimmed Spectacles (Gli occhiali d’oro), Behind the Door (Dietro la porta), The Heron (L’airone), and The Smell of Hay (L’odore del fieno).

The book tells the story of the Finzi-Continis, an imaginary upper-class Jewish family in Ferrara, in a timespan going from 1929 to 1938. The point of view is the one of an anonymous internal narrator, a regular visitor of their villa and their tennis court. It is a work of fiction inspired by the true story of Silvio Magrini, the president of the Jewish community of the city, and his family. We must bear in mind that the plot is never different from a careful historical reconstruction, which takes on increasingly tragic traits with the proclamation of the Fascist racial laws (1938) and their inevitable consequences. Bassani’s ability to recreate an atmosphere that he directly lived is what I most appreciated about this novel.

To find known geographical references in a book you are reading is a priceless feeling, especially if set in a town well known to the reader and nowadays judged insignificant in Italy. Ferrara, between Veneto and Romagna, was once home to one of the most flourishing Renaissance courts – now it is considered the most disadvantaged town in Emilia. Until the Second World War, it was populated by a large Jewish community that frequented the three synagogues in via Mazzini, the main street of the ancient Ghetto.

An interesting though not new aspect is the idea of the garden as an “enchanted” place, where the young protagonists – the narrator, Alberto and Micol, and some of their friends, including the self-proclaimed communist Giampiero Malnate – take refuge from the dark era in which Jews are expelled from public schools and sports clubs (!)…

What I have most struggled to understand is Micol’s psychology. Why her ambiguous relationship with the protagonist is so essential to the author is not entirely clear to me. Although it becomes increasingly evident that the shy narrator feels for her something more than friendship, the girl’s behaviour is extremely cryptic. At one point, she suddenly decides to go to Venice, without giving any explanation. Later she tries to justify herself by saying that they are too similar, ‘stupidly honest both, equal in all and all as two drops of water’. This statement might conceal reasons unclear at first reading. Maybe Micol has no intention to forge a bond different from a friendship rooted in their childhood. Or a sense of impending death has meanwhile lurked in the girl’s mind as the historical situation worsens.

In any case, the unstoppable flow of History will invest her small world, her family, and her friends. Ferrara and its Jewish community will be overwhelmed by a tide that spares no one. Not even those who have yet to build their lives.

B.B.

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Coming soon…

Dear friends,

Very soon I will start a new project on this blog. As for Italian books, I will write two reviews – one in Italian (as usual), and one in English. Why not make Italian novels (and not only) a bit better known abroad? And why not stimulate an enriching discussion with foreign readers?

Even though having talked several times about books with people from other countries, I came across this idea not long time ago. I would like to thank my friend Alena, a great bibliophile from the Czech Republic, for having inspired me!

Since I am not a native speaker, I apologise in advance for any mistake you may find.
I ask you to be patient.
You are invited to correct me whenever you think it is necessary.

I promise I will do my best!

A warm hug,

B.B.

 

La leggerezza di un giardino e il fardello della memoria – Considerazioni a cura di B.B.

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI.jpg

 

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.

 

Care amiche, cari amici,

Dopo una lunga assenza torno ad aggiornare il diario di bordo della mia traversata tra i flutti letterari. A un po’ di tempo fa risale la mia lettura di un romanzo che, per quanto non perfetto, ritengo sia doveroso leggere una volta nella vita. Sto parlando de Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, pubblicato per la prima volta nel 1962 e materia ispiratrice dell’omonimo film di Vittorio De Sica del 1970. Insieme con Cinque storie ferraresi (noto anche come Dentro le mura), Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, L’airone e L’odore del fieno compone Il romanzo di Ferrara, il ciclo contenente i racconti e i romanzi bassaniani ambientati in questa città.

Il libro racconta la storia di un’immaginaria famiglia ebraica alto-borghese di Ferrara, i Finzi-Contini, in un lasso di tempo che va dal 1929 al 1938, così come è raccontata da un anonimo narratore interno, assiduo frequentatore della loro villa e del loro campo da tennis. Racconto d’invenzione, ma ispirato a una vicenda reale: quella dell’allora presidente della comunità ebraica della città, Silvio Magrini, e dei suoi familiari. Bisogna tenere presente, inoltre, che l’intreccio non si discosta mai da un’accurata ricostruzione storica, che assume tratti sempre più tragici con la proclamazione delle leggi razziali e le sue ineluttabili conseguenze. La capacità di Bassani nel ricreare e trasporre su carta un’atmosfera che egli stesso deve aver vissuto in prima persona è ciò che, personalmente, più ho apprezzato di questo romanzo.

Trovare dei riferimenti geografici conosciuti in un libro che si sta leggendo è una sensazione impagabile, a maggior ragione se è ambientato in una città ben nota al lettore, magari di piccole dimensioni e, al giorno d’oggi, giudicata insignificante nel contesto nazionale. Al crocevia tra il Veneto e la Romagna, un tempo Ferrara ospitava una delle più fiorenti corti rinascimentali; ora è considerata la Cenerentola dell’Emilia. Fino alla Seconda guerra mondiale era popolata da una numerosa comunità ebraica, che gravitava intorno alle sinagoghe (Scola tedesca, Scola fanese, Scola italiana), tuttora esistenti, di via Mazzini, la strada principale di quello che fu il Ghetto.

Un aspetto interessante, sicuramente non nuovo, è l’idea del giardino come luogo “incantato”, in cui i giovani protagonisti – il narratore, i due figli del professor Ermanno Finzi-Contini e della moglie Olga, ovvero Alberto e Micòl, e alcuni loro amici, tra cui l’autoproclamatosi comunista Giampiero Malnate – si rifugiano dagli assalti di un’epoca oscura. L’epoca in cui gli ebrei vengono espulsi dalle scuole pubbliche e, guarda un po’, dai circoli sportivi…

Ciò che più ho faticato a comprendere è la psicologia di Micòl. Il motivo per cui il suo ambiguo rapporto con il protagonista sia un tema onnipresente e, a quanto pare, estremamente importante per l’autore, non mi è del tutto chiaro. Sebbene diventi sempre più evidente che il narratore (nonostante la sua timidezza) provi per lei un sentimento che va oltre l’amicizia, il comportamento della giovane è a dir poco criptico. A un certo punto decide improvvisamente di andarsene a studiare a Venezia, senza fornire alcuna spiegazione. Tempo dopo cerca di giustificarsi dicendo che sono troppo simili, «stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua». Questa affermazione potrebbe celare delle ragioni non percepibili a una prima lettura. Forse Micòl non ha alcuna intenzione di stringere un legame che vada al di là di un’amicizia consolidata, le cui radici affondano nell’infanzia. Oppure un senso di morte incombente si è nel frattempo annidato nella mente della ragazza, a mano a mano che la situazione storica va precipitando.

In ogni caso, il piccolo mondo suo, della sua famiglia, dei suoi amici sarà investito dal flusso inarrestabile della Storia. Ferrara e la sua comunità ebraica saranno travolte da una marea che, quando sale, non fa sconti a nessuno. Neanche a chi la vita deve ancora costruirla.

B.B.

 

Vetri smerigliati a velocità spaventose… – Considerazioni a cura di B.B.

tutto quello che non ricordo

 

Quanto deve essere forte uno schianto perché si senta fin nel futuro? A che velocità bisogna andare per sopravvivere nella memoria di qualcuno?

Care amiche, cari amici,

Questo romanzo è un gioiellino. Sarò sincera: ho iniziato a leggerlo per pura e semplice curiosità. Non avevo particolari aspettative; è stato più che altro il titolo a catturare la mia attenzione. Al termine della lettura o, meglio, già nel corso di essa, sono rimasta meravigliata. Grazie, Iperborea!

Ma andiamo con ordine.

Tutto quello che non ricordo, di Jonas Hassen Khemiri, è al confine tra romanzo e teatro. È il testo di una potenziale rappresentazione, ma scarnificata: nessuna battuta (in senso teatrale), nessun a parte, nessuna indicazione.  Non è un caso, dunque, che l’autore sia principalmente un drammaturgo.

Diverse voci si alternano all’interno dell’opera, senza altro preavviso all’infuori di uno spazio bianco, di un interstizio di silenzio. Nelle prime pagine si corre il serio rischio di rimanere spiazzati dalla scansione delle “battute”, ma presto si impara a riconoscere il personaggio che ha la parola in un certo momento.

Ambientato nella Svezia dei giorni nostri, Tutto quello che non ricordo è la storia di Samuel, un ragazzo che ha tragicamente perso la vita in circostanze poco chiare: si è trattato di un incidente o di un suicidio? Il romanzo si apre con uno scrittore intenzionato a gettare luce sull’accaduto intervistando tutti quelli che lo conoscevano. Sono queste interviste a creare la caleidoscopica, frammentata polifonia delle voci e a riflettere l’estrema relatività della nostra conoscenza degli altri e in primis di noi stessi. Il racconto di Vandad, l’amico speciale dall’infanzia difficile nonché voce più ricorrente, ci restituisce un Samuel forse un tantino poseur (vedi la sua irrefrenabile mania di vivere le esperienze più assurde per poter affermare di aver vissuto), ma al tempo stesso molto leale, fidato e discreto:

Non cercò di inquadrarmi scavando nella mia storia. Ed è per questo che siamo diventati amici. Ci siamo dati tempo. […] Scrivi soltanto che non abbiamo avuto bisogno di parlare tutto il tempo per capire che saremmo diventati migliori amici.

Altri personaggi molto importanti sono un’amica di gioventù nota con lo pseudonimo di “La Pantera”, artista underground (o almeno, così crede) a Berlino, dove lo stesso romanzo è in parte ambientato; la fidanzata Laide, sempre sul piede di guerra nei cortei pro-migranti (il suo atteggiamento, in particolare il trattamento che riserva a Samuel, mi ha fatto venire l’orticaria… ma non è rilevante ai fini di questa recensione); la nonna del protagonista, che combatte fino all’ultimo contro l’irrimediabile perdita della memoria.

La lacunosa vicenda di Samuel, in cui in realtà sono gli altri personaggi a riflettersi, è in ultima analisi il ritratto di un’intera generazione, non solo svedese. La generazione portabandiera dell’europeismo e del multiculturalismo, che voleva cambiare il mondo, ma che è stata marchiata a fuoco dalla delusione.  Per cosa? Per il fallimento dell’integrazione delle minoranze etniche e religiose nell’apparentemente tranquilla, civile e democratica Svezia (l’autore è di padre tunisino, lo stesso protagonista e altri personaggi hanno origini miste). Più in generale, per l’esito dello scontro tra utopia e cruda realtà, dove è la seconda a essere in vantaggio: condizione comune all’Europa tutta, ma molto evidente nella Berlino successiva alla caduta del muro. La volontà di ricominciare si è arenata di fronte alle difficoltà, si è infranta di fronte a una marea nera reazionaria e disumana.

Questo è lo spirito dei nostri tempi. Khemiri è riuscito a coglierlo.

Brillantemente.

B.B.

Ventiquattr’ore in un gulag – Considerazioni a cura di B.B.

una giornata di ivan denisovic

 

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatré giornate come quella.

Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

È il novembre del 1962 quando un terremoto scuote il conformista establishment intellettuale sovietico. Sulla rivista letteraria Novij Mir viene pubblicato Una giornata di Ivan Denisovič. È il coraggioso debutto dell’allora sconosciuto Aleksandr Isaevič Solženicyn. È la prima volta che viene descritta, attraverso un’opera di finzione letteraria, la cruda realtà di un campo di lavoro staliniano.

L’autore vive concretamente l’esperienza del gulag. Arrestato il 9 febbraio del 1945 per aver criticato Stalin in una lettera indirizzata a un amico, viene condannato a otto anni di prigionia e in seguito al confino perpetuo. È il campo di lavoro speciale di Ekibastuz, nell’attuale Kazakistan, che gli fornisce l’ispirazione per il racconto lungo Una giornata di Ivan Denisovič.

Un’opera di finzione, sì, ma in cui l’aspetto autobiografico si percepisce nitidamente. Perché quando si tramandano esperienze simili, vissute in prima persona, alle generazioni che seguono, esistono due vie principali: la via memorialistica (vedi Se questo è un uomo, a mero titolo di esempio) e la via della finzione. Modalità di espressione, quest’ultima, che funziona come un filtro (o forse una lente d’ingrandimento) frapposto tra la dura concretezza della memoria e chi legge.

Non penso ci sia una via più efficace rispetto all’altra: dipende da chi scrive, da come scrive e dalle circostanze storiche, politiche e sociali che fungono da innesco. In questo caso, almeno per me, la “finzione” colpisce nel segno. Sono dell’opinione che renda la narrazione di portata meno personale, e più universale. Ivan Denisovič Šuchov è Solženicyn, è un qualunque zek (ex prigioniero del gulag, ex “nemico del popolo”, secondo la propaganda sovietica), e può potenzialmente essere ognuno di noi, quando ci rendiamo conto che un’ideologia intransigente e implacabile è inevitabilmente destinata a una conclusione tragica. Conclusione che non si limita alla “sola” formazione di un sistema concentrazionario, probabilmente il suo aspetto più evidente, ma anche al fenomeno, ancora più ampio, della manipolazione delle coscienze (basti pensare alla paranoia staliniana). Questo secondo aspetto è assai evidente in un altro racconto dello stesso Solženicyn, intitolato Alla stazione di Krečetovka, di cui consiglio la lettura.

Intanto che scrivo, mi sorge immediata un’altra domanda: è possibile recensire un’esperienza di vita vera, a maggior ragione così brutale? Il destino di chi, già arrestato dai tedeschi, viene imprigionato di nuovo, nella sua terra, perché bollato come “traditore” della patria? Esprimere un’opinione sul freddo sferzante della steppa in cui i detenuti sono costretti a sgobbare, oltretutto in maniera improduttiva? Sui guardiani ottusi e minacciosi? Sui mediocri e grigi burocrati, rigidamente inquadrati e sospettosi? Sull’egoismo bestiale che colpisce chi è rimasto senza niente, a parte qualche consunto straccio e un paio di stivali rotti? In tutta onestà, non conosco alcuna risposta.

È con questo senso di smarrimento che concludo quella che somiglia di più a una matassa di pochi pensieri e molte domande, dipanata con fatica, che a una recensione.

B.B.

 

Oh mirabile mondo nuovo… – considerazioni a cura di B.B.

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Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Progresso.

 

Cari amici,

Scommetto che molti di voi avranno letto 1984 di George Orwell. Bene. È già un’ottima base. Non c’è insegnante che non vi abbia obbligato a leggerlo o che non ve lo abbia almeno nominato come il romanzo distopico per eccellenza. Al contrario, non sono altrettanto sicura che abbiate letto Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Non preoccupatevi: è più che comprensibile. Io stessa lessi il primo alcuni anni fa. Solo assai recentemente mi sono lanciata con il secondo.

Può sembrare banale sostenere che Il mondo nuovo sia stato letteralmente sovrastato, limitatamente alla fama, da 1984 (e in parte, forse, anche da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury), ma d’altronde sono piuttosto convinta che le cose stiano così. Correggetemi se sbaglio. Mentre mi accingo a scrivere le mie considerazioni, mi rendo conto che sarà praticamente impossibile per me non confrontare tra loro queste opere.

Prima di tutto, ritengo sia d’obbligo un’osservazione puramente linguistico-letteraria. L’aggettivo brave che compare nel titolo originale del romanzo (Brave New World), ma omesso in quello italiano, richiama esplicitamente una battuta di Miranda ne La tempesta di Shakespeare. Dal momento che Huxley si rifà alla tradizione letteraria dello stesso Bardo, questo aggettivo può essere tradotto come mirabile o eccellente.

How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!

Tale citazione (solo un esempio del leitmotiv shakespeariano che martella l’intera narrazione) è ben più di un’allusione dotta: è la frase cardine su cui il racconto prende forma. Alla luce del contesto sociale dipinto nel libro, essa assume una connotazione tragicamente grottesca.

Visionario e profetico, questo romanzo presenta il tipo di società verso il quale, con ogni probabilità, ci stiamo avvicinando a passi da gigante: il sistema capitalistico portato alle sue estreme conseguenze. Un mondo che ha fatto propri i principi della produzione in serie, rendendoli veri e propri modelli su cui forgiare la società.

Un mondo in cui l’individualità non esiste: esiste solo una grande comunità di “ingranaggi” biologici, prodotti industrialmente in provetta nei Centri di Incubazione. Questi “ingranaggi” non sono tutti uguali: ci sono gli Alfa, pochi ma intelligenti, che occupano posizioni dirigenziali; poi, in ordine decrescente di capacità intellettuali, i Beta, i Gamma, i Delta e gli Epsilon, i numerosissimi semiaborti destinati a svolgere i lavori più pesanti. Questa struttura gerarchica piramidale, molto simile a quella delle colonie di api o di formiche, è frutto dell’incessante condizionamento psicofisico a cui gli embrioni (e in seguito i bambini e gli adolescenti) vengono sottoposti. Con la somministrazione di determinati preparati, con i metodi “neo-pavloviani” (tecniche basate sui celebri studi di Ivan Petrovič Pavlov sul riflesso condizionato) e con l’ipnopedia (condizionamento psichico che avviene attraverso la ripetizione di slogan durante il sonno), vengono prodotti membri della società estremamente docili agli ordini e amanti del proprio lavoro, qualunque esso sia.

Un mondo in cui «tutti sono felici». Tutti lavorano poco e con piacere. Basta una razione di soma (droga miracolosa che apporta solo benefici) per sfuggire ai problemi che, di tanto in tanto, possono affacciarsi. Tutti sono liberi di inseguire il proprio piacere, senza restrizioni. Degne di nota sono le parole di Mustafa Mond, uno dei dieci Governatori mondiali:

Sette ore e mezzo di lavoro leggero e non estenuante, e poi la razione di soma e le copulazioni senza restrizioni e il cinema odoroso. Che cosa potrebbero chiedere di più?

È, invece, giudicato inaccettabile restare da soli, essere monogami, fare a meno del soma o esprimere pareri critici sulla società.

E cosa dire del complesso rapporto della felicità con la verità e con la bellezza? Secondo Mustafa Mond:

La felicità universale mantiene in ordine gli ingranaggi; la verità e la bellezza non lo possono.

La verità non è che sia scomparsa o censurata (come riteneva Orwell). La verità c’è, ma si vede a fatica, affogata in una marea di banalità e di divertimenti (nel senso latino del termine, de-vertere, “distogliere” o anche “deviare”). Fenomeno che sta già accadendo sotto i nostri occhi.

Questo mondo non è razionale, ma non esiste una divinità come la intendiamo noi: viene semplicemente sostituita da un’altra forma di divinità, ossia Ford (vedi la frequente esclamazione dei personaggi «Oh, Ford!» in luogo di «Oddio!»). Una “religione capitalistica” che condivide con i culti a noi familiari la componente irrazionale e la necessità di istituire un sistema di datazione e pratiche rituali («orgy porgy»). L’anno 0 da cui comincia tale misurazione del tempo è il 1908, quando la Ford Motor Company iniziò la produzione della famosissima automobile “Modello T”.  Il romanzo, infatti, è ambientato a Londra nell’anno 632 dell’era di Ford (2540 della nostra era).

Un altro particolare significativo: le stazioni ferroviarie londinesi cambiano nome. Per esempio, Charing Cross diventa Charing-T.

La T: una nuova croce che sostituisce quella cristiana.

Tuttavia, la “teologia di Ford” non ha in realtà nulla di teologico, metafisico o spirituale. Non prova né a rispondere ai grandi quesiti esistenziali dell’uomo, né a prospettargli una vita ultraterrena. La morte stessa è vista soltanto come un fenomeno naturale e, soprattutto, la cremazione è un ottimo metodo per ottenere fosforo a buon mercato per concimare i terreni.

Nel mondo nuovo i libri non esistono. O meglio, ci sono, ma solo nelle casseforti dei Governatori mondiali. O nella riserva di nativi americani in cui nasce colui che vuole sovvertire l’ordine costituito, John il Selvaggio, cresciuto leggendo uno sgualcito volume di opere complete di Shakespeare venuto chissà da dove. La differenza principale con Fahrenheit 451 è che non c’è un esplicito divieto di leggere libri. Non si trovano in giro perché sono oggetti anacronistici, propri di un’oscura epoca precedente, ancora non illuminata dalla luce del progresso. E poi, le menti inebetite dal soma potrebbero capirli? Potrebbero, i libri, reggere il confronto con il cinema odoroso o i campi da golf magnetico?

John il Selvaggio è nato “per sbaglio” da una Beta, Linda, e dal capo del principale Centro di Incubazione di Londra, Thomas Tomakin, durante una loro vacanza nella riserva. In una società in cui non esiste più il concetto di “famiglia”, giudicato non solo anacronistico ma addirittura tabù, non si possono udire le parole “madre”, “padre”, “figlio” senza provare un enorme imbarazzo. John ha modo di conoscere il mondo “civilizzato” grazie a Bernard Marx, un Alfa anomalo (si dice che, quando ancora era un embrione, fosse stato introdotto per errore dell’alcol nel suo surrogato sanguigno) recatosi in vacanza nella riserva con la sua compagna del momento, la Beta Lenina Crowne. Lenina può essere considerata, sotto un certo punto di vista, come un’incarnazione dello stesso mondo nuovo, verso il quale John prova contemporaneamente attrazione e repulsione. Invece, la vecchiaia di Linda è rifiutata energicamente dalla (apparentemente almeno) giovane donna. Infatti, anche la senilità è stata abolita dalla “civiltà”: la gente vive a lungo e mantiene fino alla morte un aspetto giovanile assumendo determinate sostanze.

Riuscirà John a intaccare l’equilibrio di questa società “perfetta”? Non vi faccio spoiler. Lo scoprirete voi…

Per chi, invece, l’ha letto: cosa ne pensate? Sono curiosa di conoscere le vostre opinioni!

Per chi vuole approfondire, consiglio la visione di questo video, basato su un testo critico, che mostra le differenze tra 1984 e Il mondo nuovo:

https://www.youtube.com/watch?v=9eeHuVyHKOU

A presto,

B.B.

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Vi auguro una piacevole permanenza!

B.B.