SPECIALE: Il Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov – a cura di B.B.

ciclo fondazione 2

Care amiche, cari amici,

Quello della Fondazione è uno dei pochi (ma solo per ora!) cicli letterari di fantascienza che abbia completato. Nell’insieme è costituito di sette volumi, in ordine di pubblicazione: Fondazione, tradotto anche con il titolo Cronache della galassia o Prima Fondazione (Foundation, 1951), Fondazione e Impero o Il crollo della galassia centrale (Foundation and Empire, 1952), Seconda Fondazione o L’altra faccia della spirale (Second Foundation, 1953), L’orlo della Fondazione (Foundation’s Edge, 1982), Fondazione e Terra (Foundation and Earth, 1986), Preludio alla Fondazione (Prelude to Foundation, 1988) e Fondazione anno zero (Forward the Foundation, 1993, postumo). All’interno del più ampio Universo della Fondazione è preceduto, secondo la cronologia interna, dal Ciclo dei Robot e dal Ciclo dell’Impero. Le vicende narrate nelle tre serie si situano in un periodo lungo ben 40 000-50 000 anni…

Si nota un significativo scarto temporale tra la pubblicazione dei primi tre romanzi e quella dei restanti quattro. La saga in principio era una trilogia, ampliata successivamente da due sequel (L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra) e due prequel (Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero). Tale distanza ha delle forti ripercussioni stilistiche: i primi tre libri sono delle sequenze di racconti legati da un filo conduttore, mentre gli altri, in virtù della loro coesione interna, sono romanzi nel senso più proprio del termine. Le storie della Trilogia erano precedentemente comparse sulla rivista Astounding Science-Fiction.

Ma di cosa parla questo classico della fantascienza?

Prima di rispondere intendo chiarire quale sarà il mio modus operandi. Innanzitutto, la Trilogia sarà trattata separatamente dal resto. Inoltre, mi sembra giusto introdurre con maggiori dettagli il primo libro, cosicché il lettore inesperto possa avere delle coordinate chiare da cui partire. In più, vorrei evitare, nei limiti del possibile, il rischio di spoiler.

LA TRILOGIA

Ci troviamo in un Impero Galattico ormai al tramonto. Il suo declino riflette quello dell’Impero Romano, così come descritto nell’opera dello storico inglese Edward Gibbon (1737-1794). Il cuore della narrazione è una parola, psicostoria, una scienza capace di predire statisticamente il futuro riducendo a complicatissime funzioni matematiche il comportamento delle grandi masse, come quelle che popolano lo sterminato impero.

Il primo volume, Fondazione, è formato da cinque parti, originariamente racconti pubblicati tra il 1942 e il 1944, a parte la prima, scritta appositamente per l’edizione in volume del 1951. Si apre così:

Si chiamava Gaal Dornick ed era un semplice ragazzo di campagna che non aveva mai visto prima d’allora Trantor. Cioè, non l’aveva vista di persona. Ne conosceva però il panorama per averlo visto sullo schermo dell’ipervideo e sugli enormi trasmettitori tridimensionali quando diffondevano le notizie dell’Incoronazione Imperiale o dell’apertura del Consiglio Galattico. Pur essendo vissuto sempre nel mondo di Sinnax, che ruotava intorno a una stella ai margini della Corrente Azzurra, il ragazzo non era affatto tagliato fuori dalla civiltà. A quel tempo, nessuno nella Galassia lo era.

Gaal Dornick è un giovane matematico arrivato sul pianeta Trantor, la capitale imperiale, per incontrare Hari Seldon, l’inventore della psicostoria. Grazie ai suoi studi, Seldon è giunto alla conclusione che l’impero crollerà nel giro di pochi secoli e che sarà seguito da un periodo di caos e barbarie lungo trentamila anni. Tuttavia, è riuscito a trovare uno spiraglio di speranza: poter ridurre questo interregno a soli mille. Ciò si rivelerebbe possibile solo se l’imperatore permettesse l’istituzione di una comunità di scienziati (la Fondazione del titolo) su un pianeta all’estrema periferia della galassia, il cui nome non a caso è Terminus. Inizialmente pare che il suo obiettivo sia la redazione di un’Enciclopedia galattica, un immenso volume ideato per preservare l’intero scibile umano. In realtà, la costituzione della Fondazione altro non è che uno dei numerosi passaggi, previsti dal Piano Seldon, necessari per la nascita di una nuova entità imperiale più solida. Alcune di queste fasi si configurano come crisi politiche e sociali superabili attraverso una sola linea d’azione dalle conseguenze irreversibili. Piccola, subitanea osservazione: il significato originario della parola crisi è privo della connotazione negativa a cui siamo abituati, poiché deriva dal greco κρίσις, che vuole dire «scelta, decisione» (fonte: Treccani).

Degno di nota il progressivo passaggio dal sistema di datazione imperiale (Era Galattica, E.G.) a uno nuovo (Era della Fondazione, E.F.). La Fondazione viene ufficialmente costituita nel 12 068 E.G., che quindi coincide con l’anno 0 E.F. Anche se i potenti, in primo luogo l’imperatore, paiono non accorgersene, una nuova epoca ha avuto inizio.

Tre delle otto Crisi Seldon previste nei primi cinquecento anni dell’interregno avvengono in Fondazione. Vale la pena di sottolineare che la prima, avvenuta in seguito alla dichiarazione d’indipendenza dei Quattro Regni nel 50 E.F., viene risolta dal Sindaco di Terminus Salvor Hardin, il personaggio a cui Asimov ha messo in bocca le indimenticabili parole: «La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.»

Fondazione e Impero e Seconda Fondazione, entrambi composti da due parti, seguono questa falsariga. Tuttavia, gli ultimi rigurgiti della forza imperiale, oscure minacce, nuovi colpi di scena e misteri (Un circolo non ha un capo…) arricchiscono e complicano sempre di più l’intreccio.

La prima volta che lessi la Trilogia, ricordo che all’inizio rimasi un po’ perplessa. In fin dei conti, sembra priva di elementi che la possano rendere “avvincente”. L’azione è poca: apparentemente un grosso svantaggio per una storia fantascientifica. Le battaglie stellari ogni tanto avvengono, ma sono raccontate sempre con un certo distacco. Gli intrighi sono onnipresenti, gli omicidi rari, gli scontri in prevalenza verbali.

Lo stile di Asimov è asciutto e preciso. Egli stesso dichiarò: “Mi sono deciso molto tempo fa a seguire un solo punto cardinale in tutta la mia attività di scrittore: essere chiaro. Ho rinunciato a ogni pretesa di scrivere in maniera poetica o simbolica o sperimentale o in qualunque altro modo che potrebbe (se ne fossi capace) farmi vincere il premio Pulitzer. Vorrei scrivere solamente in modo chiaro e in questo modo stabilire una calorosa relazione tra me e i miei lettori, e i critici… beh, facciano quello che vogliono.” (fonte: introduzione a Nemesis). Questa affermazione si può spiegare in virtù del fatto che, prima ancora che uno scrittore, Asimov era un biochimico e un divulgatore scientifico. Il rischio, però, è quello di apparire freddo, quasi astratto o meccanico (un’eco dei racconti sui robot?). Non sorprende che chi non lo apprezza come autore definisca la sua scrittura con questo aggettivo: arida.

Inoltre, parlare di “personaggi” nel senso vero del termine è improprio. Se i momenti di crisi sono tappe obbligate verso la formazione di un nuovo impero, i personaggi sono i meccanismi che permettono al piano di funzionare (ancora un’analogia meccanica). Affezionarsi a essi, o detestarli, è pressoché impossibile, dato che sono privi di profondità psicologica, sembrano dotati solo di razionalità (non tanto diversa da quella dei robot asimoviani) e in genere compaiono per breve tempo. Non sono altro che pedine su una scacchiera politico-diplomatica assai complicata. Buona parte della storia è basata sui dialoghi, che di solito non brillano per espressività e sono incentrati su questioni politiche, sociali o tecnologiche. Altra osservazione: i robot, protagonisti indiscussi di tanti racconti di Asimov e del ciclo a cui danno il nome, qui sembrano scomparsi. Perché? Che ne è stato di loro? Per scoprirlo, occorre avventurarsi nelle altre serie…

Eppure, ho amato la Trilogia. Quelli che a prima vista sembrano dei difetti possono riservare delle sorprese. O vengono sovrastati dalle qualità. Personalmente, ritengo che sia un insieme di fattori. Le trasformazioni a cui la società galattica va incontro sono estremamente verosimili e ricalcano per molti versi quelle vissute dall’umanità europea e mediterranea dopo la disgregazione dell’Impero Romano. È una poderosa riflessione sulla Storia e su un suo eventuale fine ultimo, concetto che i filosofi chiamano “teleologia”. Sembra presente un ottimismo fideistico nel progresso umano un po’ sconcertante, considerato che i racconti erano stati scritti durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. Forse all’epoca Asimov era convinto che, dopo un disastro simile, la specie umana avrebbe avuto l’accortezza di non ripetere errori così marchiani. In questo caso, con il senno di poi ci rendiamo conto della portata e dell’ingenuità della sua illusione…

Dal punto di vista stilistico, la chiarezza della narrazione e la sua logica ferrea aiutano a seguire il complesso sviluppo degli eventi. Mi viene addirittura da pensare che un tema così astratto come la psicostoria non possa essere raccontato in altro modo. Lo stile rispecchia il soggetto. Come minimo, una scelta coerente.

PREQUEL E SEQUEL

Il discorso cambia radicalmente con gli altri romanzi. Sebbene siano stati scritti prima i sequel dei prequel, per quanto riguarda l’ordine di lettura consiglio di invertirli.

L’opinione degli appassionati di Asimov su questi libri è molto variegata. Alcuni amano solo la Trilogia. Altri apprezzano anche i prequel. Ad altri ancora, magari con intensità variabile, piacciono pure i sequel. Forse c’è chi gradisce i sequel, ma non i prequel. Come sostengono i puristi, tutti e quattro sono stati pubblicati perché Asimov era incalzato dai fan che volevano arrivare alla fine del millennio e perché aveva bisogno di soldi. Fatti veri, nessun dubbio. I risultati ottenuti, però, non mi inducono a pensare che ciò sia per forza un difetto. La Trilogia, per temi e stile, è una pietra miliare nella storia della fantascienza: basti pensare al rifiuto dei luoghi comuni degli anni ’20 e ’30, come gli alieni, che oltretutto venivano generalmente rappresentati come esseri orrendi e malvagi. Tuttavia, con ciò non considero i suoi ampliamenti carta straccia.

Tutti e quattro sono veri romanzi, abitati da personaggi degni di questo nome, dotati almeno di un barlume di profondità. Fondamentale l’interesse sociologico e antropologico per classi sociali e popoli di altri pianeti; i loro nomi sono inventati, ma le loro caratteristiche sono simili a quelle riscontrate nelle società umane. Lo stile è sempre limpido e preciso, ma meno scarno e minimalista, aperto a una maggiore introspezione psicologica. I puristi con ogni probabilità parlerebbero di una mera svolta “mainstream”…

I prequel hanno il merito di scavare nell’avventurosa vita di Hari Seldon, sia sul versante professionale che su quello privato. Oltre ad assistere all’elaborazione della nuova scienza fin dal primo momento, si apprende che il matematico ha un figlio, Raych, e una compagna di vita, Dors Venabili. Una famiglia assai singolare…

Nei sequel la psicostoria esce di scena. Di sicuro è uno stravolgimento del senso della saga, ma al tempo stesso può essere un’opportunità per capire fin dove possa spingersi la creatività dell’autore. In entrambi i romanzi il protagonista è Golan Trevize, che dubita dell’esistenza del Piano Seldon perché un progetto così perfetto, secondo lui, non può funzionare. Arrestato dal Sindaco di Terminus Harla Branno (una lady di ferro), viene mandato in esilio con il pretesto di trovare informazioni sul pianeta che antiche leggende definiscono “la culla dell’umanità”, ovvero la Terra. Curioso osservare come in Fondazione questo nome fosse caduto nell’oblio. Nonostante ciò, il cosiddetto “problema delle origini” appassionava ancora qualcuno, per esempio il cancelliere imperiale Lord Dorwin, il quale ipotizzava che il pianeta nativo del genere umano ruotasse intorno ad Arturo, benché nei suoi testi di riferimento fosse citato anche il Sole. In ogni modo, Trevize parte in compagnia dello storico Janov Pelorat a bordo della modernissima astronave Far Star. Gli incontri che li aspettano saranno sorprendenti…

CONCLUSIONI

Asimov non è riuscito ad arrivare dove avrebbe voluto, anzi: si è fermato a metà. Il finale, pur essendo diverso da quello che la psicostoria prospettava, conclude degnamente il ciclo, sebbene rimanga sostanzialmente aperto: secoli e secoli di storia giacciono in lontananza e nessuno più ne scoprirà i segreti…

Mi rendo conto che questa serie possa non piacere a tutti. Probabilmente è una questione di prospettive. In ogni caso, si tratta di un affresco di storia futura accurato e potenzialmente verosimile che vale la pena almeno di provare, anche solo in parte.

Se l’avete letto o l’avete iniziato, quali sono le vostre impressioni?

A presto,

B.B.

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Favola dal futuro – Considerazioni a cura di B.B.

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Se solo avesse potuto piangere, pensò, ma un robot non poteva piangere.

 

Care amiche, cari amici,

Avete mai sentito parlare di quel capolavoro che è City di Clifford D. Simak? Temo che il mio pubblico italiano difficilmente lo conosca: di rado è stato tradotto nella nostra lingua e le poche traduzioni esistenti sono quasi introvabili. Tuttavia, non dovete preoccuparvi, poiché sembra che sia semisconosciuto anche nel paese d’origine di Simak, gli Stati Uniti.

La prima volta che mi sono imbattuta nel titolo di questo libro, pubblicato nel 1952, stavo navigando su un blog specializzato in fantascienza. Dopo averlo letto, mi sono resa conto di averlo visto commentato solo da siti di questo tipo. È stato un po’ un segnale d’allarme, in quanto mi fa ha fatto riflettere sulla percezione di questo genere da parte del pubblico medio.

La fantascienza, con il giallo, l’horror e altri, è uno degli innumerevoli esempi di “letteratura di genere”. Definizione, questa, che dovrebbe essere neutra, e all’inizio magari lo era; solo che poi è divenuta un’etichetta applicata da critici e accademici su tutto ciò che non viene considerato sufficientemente prestigioso per essere accolto nell’Olimpo letterario. Inoltre, il sottogenere cosiddetto “duro” è stato spesso associato ad alcune sottoculture: una per tutte, quella nerd. Comunque, ancora adesso la fantascienza viene vista come un genere o commerciale e di scarsa qualità, o pesante e incomprensibile, o rivolto a una nicchia di appassionati, o forse tutte queste cose insieme. Non è sempre così.

Questa che ho appena scritto è solo la premessa alla recensione vera, il cui scopo non è discutere sul conflitto tra sottoculture e cultura di massa. Non sono una studiosa di scienze sociali e, a essere sincera, questo argomento non mi interessa particolarmente.

Ora mi chiederete: «Che cosa c’entra City con questa visione negativa e, per certi versi, stereotipata della fantascienza?»

Nulla, ed è proprio questo il punto.

L’elemento fantascientifico è posto in secondo piano, perché è solo un pretesto per creare una vera e propria favola proveniente dal futuro (vedi gli animali parlanti!). Essendo una riflessione quasi filosofica sul tema dell’evoluzione, è un’opera che si pone controcorrente rispetto all’immaginario dell’epoca, traboccante di robot, astronavi, alieni (i cattivoni di turno), e il cui interesse principale era la tecnologia. Il tono generale, almeno per me, evoca le Cronache marziane di Ray Bradbury.

La struttura è piacevolmente spiazzante, ed è uno dei motivi per cui City mi ha colpito così tanto. È formato da una Prefazione, otto racconti che erano già stati pubblicati tra il 1944 e il 1951 su riviste specializzate (prassi molto comune in quegli anni) e un Epilogo aggiunto nel 1973. Le storie raccontano i momenti salienti di una leggenda tramandata oralmente dai Cani, la specie più evoluta della Terra. Esse si succedono in ordine cronologico e sono collegate da alcune note, geniali parodie dei testi di critica letteraria, scritte da un eminente studioso canino. Pure la Prefazione è fittizia, anch’essa redatta dal colto e finissimo critico a quattro zampe:

«Che cos’è l’uomo?», chiederanno.

O magari: «Che cos’è una città?

O: «Che cos’è una guerra?»

Non c’è nessuna risposta a queste domande.

Il soggetto al centro di questa leggenda è l’Uomo. Un essere capace di raggiungere vette ineguagliate di progresso tecnologico, come i robot intelligenti, le coltivazioni idroponiche, le migliorie genetiche e i viaggi interplanetari, ma che nonostante i suoi successi è misteriosamente scomparso. Col passare del tempo, questa creatura assume contorni mitici e viene adorata dai Cani come se fosse un dio.

Viene da chiedersi: sono quelli i veri progressi di una civiltà? O meglio, gli unici?

Ciascuna storia illustra un passaggio fondamentale nel declino dell’umanità e, quindi, nella sua estinzione. Anche l’idea di apocalisse è decisamente anticonvenzionale, poiché non è la conseguenza di un disastro naturale o antropico, bensì dell’isolamento. Isolamento è la chiave di volta dell’intera narrazione. Nel primo racconto gli umani hanno abbandonato le città, ufficialmente per paura di un olocausto nucleare, ma in seguito si evince che molti semplicemente preferiscono vivere in campagna. Questo è il primo segnale che la società si sta lentamente disgregando in comunità autosufficienti sempre meno numerose.

La leggenda si focalizza su un gruppo specifico di esseri umani, la famiglia Webster, sempre servita dal leale robot-maggiordomo Jenkins. Oltre a essere forse il personaggio più amabile di tutto il romanzo, Jenkins ricopre un ruolo cruciale nell’economia narrativa, essendo l’unico personaggio a unire tutte le storie, compreso l’Epilogo. D’altronde, è il solo a essere immortale.

Affascinanti le figure delle formiche, presenze silenti e apparentemente insignificanti, ma forse proprio per questo assai sinistre…

Mi fermo qua: non voglio rischiare di rovinarvi la sorpresa! Quel che ho cercato di farvi capire è che non dovete per forza essere degli appassionati di fantascienza per poter leggere ed eventualmente apprezzare City.

In conclusione, non è una “semplice” storia fantascientifica, sebbene diversa dalla narrativa di Asimov e di Clarke. È al tempo stesso un romanzo di idee e una favola delicata e ironica da un mondo che non esiste, ma che potrebbe esistere.

Esisterà veramente, un giorno?

Chi lo sa…

 

Ma noi non ci saremo.

 

Oh, a proposito…

 

Noi non ci saremo, Francesco Guccini (versione contenuta in Francesco Guccini e i Nomadi: Album Concerto)

(A parte la sfera di fuoco, è perfetta!)

   Vedremo soltanto una sfera di fuoco

    Più grande del sole, più vasta del mondo

    Nemmeno un grido risuonerà…

    E catene di monti coperte di neve

    Saranno confine a foreste di abeti

    Mai mano d’uomo le toccherà

    E solo il silenzio come un sudario si stenderà

    Fra il cielo e la terra per mille secoli almeno

    Ma noi non ci saremo, noi non ci saremo…

    E il vento d’estate che viene dal mare

    Intonerà un canto fra mille rovine

    Fra le macerie delle città

    Fra case e palazzi, che lento il tempo sgretolerà

    Fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,

    Ma noi non ci saremo, noi non ci saremo…

    E dai boschi e dal mare ritorna la vita

    E ancora la terra sarà popolata

    Fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni

    E ancora il mondo percorrerà

    Gli spazi di sempre

    Per mille secoli almeno,

    Ma noi non ci saremo, noi non ci saremo…

B.B.

 

 

 

 

 

Tre paesi, una storia comune – Considerazioni a cura di B.B.

 

ANIME BALTICHE

Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi.

[Traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo]

Care amiche, cari amici,

Anime baltiche (titolo originale nederlandese: Baltische zielen) di Jan Brokken è uno dei libri più strani che abbia mai letto. Una storia dei paesi baltici? Una raccolta di biografie – romanzate – di personaggi che hanno in comune le loro origini in quelle terre gelide? Un reportage di viaggio da un mondo poco conosciuto, almeno da noi in Occidente? Un po’ tutto questo.

Estonia, Lettonia, Lituania. Tre territori da sempre nelle mire di vicini più potenti, soprattutto la Germania e la Russia (poi Unione Sovietica), abitati da tre popoli poco numerosi che si sono ritrovati a convivere, non sempre pacificamente, con russi, polacchi, tedeschi, ebrei. Tre paesi che hanno conosciuto la rigidissima disciplina prussiana, lo zarismo, il nazismo e il comunismo. In breve, un angolino di mondo dalla storia estremamente complessa e travagliata. Per questo è deprimente rendersi conto di quanto poco si sappia di queste zone, di quanto il loro dolore non ci sia familiare.

L’immagine dei popoli baltici che emerge da questo affresco sfaccettato è quella di persone che sanno cosa significhi essere soggiogati da potenze straniere. Persone rassegnate, ma forse proprio per questo dotate di un particolare senso della nazione. Se è vero che il patriottismo baltico fino alla metà del Novecento si traduceva anche in nazionalismo collerico e antisemitismo assai virulento – come accadeva nei paesi slavi confinanti -, è anche opportuno osservare come una sua versione sana, insieme con un profondo amore per la musica, sia stata il concime per la Rivoluzione cantata (1991), l’emozionante protesta pacifica per l’indipendenza che sbocciò tra le crepe di un’URSS prossima al crollo. Il canto è sempre stato un componente fondamentale dell’identità nazionale estone, lettone e lituana – non per niente i paesi baltici vantano la più elevata densità di cori al mondo.

È proprio al periodo della Rivoluzione cantata che si collega la biografia che più di tutte mi ha colpito: quella di Loreta Asanavičiūtė (capitolo 6, La vittima innocente), una normale ragazza lituana che, come nella migliore tradizione del suo paese, faceva parte di un coro. Sventuratamente rimase con le gambe incastrate sotto i cingoli di un carro armato sovietico durante una protesta a Vilnius. Con la gamba sinistra amputata, chiese al medico della Croce Rossa che si occupava di lei se sarebbe sopravvissuta. Aveva ventitré anni.

Per quattro ore l’équipe di medici e infermiere tentò di tenerla in vita. Poi Loreta pronunciò la sua ultima domanda, una domanda che la televisione lituana ripeté ad alta voce, che fece piangere un intero popolo e ribollire di collera il paese. Una domanda che raggelò il volto indulgente di Gorbačëv e che, alla fine, condusse al ritiro di tutte le truppe sovietiche dalla Lituania.
«Potrò ancora sposarmi? Potrò ballare alle mie nozze?»

Le altre biografie che trovo ben riuscite sono quella di Hannah Arendt (capitolo 8, La città di Hannah Arendt), che come Immanuel Kant nacque nella tedesca Königsberg (oggi la russa Kaliningrad, stretta tra Lituania, Polonia e mar Baltico) e quella di una famiglia di nobili di origine tedesca in fuga dall’Estonia (capitolo 10, La cacciata da Mõisasamaa). Interessante pure la storia del compositore estone Arvo Pärt, tuttora vivente (capitolo 12, Tabula rasa).

Purtroppo, ora mi vedo costretta, dopo questi elogi, a dover muovere anche delle critiche. In primo luogo, e qui ignoro se la colpa sia dell’autore, del responsabile dell’editing o di entrambi, la revisione delle date. Anticipare di dieci anni l’incoronazione dello zar Nicola I non mi pare una svista da poco in un libro di questo genere, a maggior ragione se si tratta di una casa editrice come Iperborea, di solito molto attenta alla qualità delle proprie pubblicazioni. Cito questo strafalcione perché mi è saltato all’occhio, ma da altre recensioni mi è parso di capire che ve ne siano altri. Siete fortunati, caro Brokken e cari iperborei, che sono solo una misera studentessa che non ha né il tempo né la voglia di controllare ogni singola data.

Oltre a quelle ben scritte, sono presenti anche biografie meno riuscite, per diverse ragioni. Una è la mancanza di equilibrio nella costruzione della narrazione che finisce per danneggiare il potenziale di alcune storie. Un altro limite è il narcisismo dell’autore che ogni tanto si fa anche troppo evidente – basti pensare ai diversi riferimenti culturali che sembrano inseriti “a capocchia” (sono una persona fine), solo per dimostrare quanto sia erudito. Infine, in certi passaggi pare di sentire parlare un ominicchio pettegolo piuttosto che uno scrittore.

In conclusione, malgrado questi punti deboli, come lettura è buona nella misura in cui spalanca le porte su un pezzo di mondo a noi sconosciuto. Le biografie che reputo migliori valgono la pena. Solo, un autore/narratore meno ingombrante e meno megalomane sarebbe stato preferibile.

Se l’avete letto, cosa ne pensate?

A presto!

B.B.

P.S. Non sono mai stata nei paesi baltici, ma conto prima o poi di visitarli. E voi, ci siete mai stati? Se sì, qual è stata la vostra esperienza?

 

Non è dopoguerra. È solo un’altra guerra – Considerazioni a cura di B.B.

 

54

 

Non c’è nessun «dopoguerra».
Gli stolti chiamavano «pace» il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano.

[Incipit]

 

Care amiche, cari amici,

Il libro di oggi è 54 dei Wu Ming, un collettivo di scrittori italiani attivo dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Il loro primo romanzo Q, ambientato in piena Riforma protestante, li ha fatti conoscere anche all’estero. In verità, all’epoca si chiamavano Luther Blissett (nome di un calciatore inglese di origini giamaicane degli anni Ottanta), benché questo pseudonimo fosse impiegato anche da altre persone in tutto il mondo. I loro libri appartengono alla New Italian Epic, denominazione che raggruppa opere di vari autori italiani scritte tra il 1993 e il 2008.

Pubblicato per la prima volta nel 2002, 54 di solito viene classificato come romanzo storico. Tuttavia, mescola anche la storia di spionaggio e la gangster story, ampiamente sfruttate a fini parodistici.

Sebbene sembri un volume abbastanza massiccio con le sue 680 pagine, dissimula la sua lunghezza con l’artificio dei capitoli brevi. Questa impostazione, però, può generare confusione, come quando si estraggono da un mazzo delle carte mescolate alla rinfusa. Abbondano i dialoghi e i discorsi indiretti liberi. Nel linguaggio dei personaggi si rispecchia la loro provenienza geografica e sociale.

Come si può facilmente capire dal titolo, l’opera è ambientata nel 1954, uno degli anni più tesi della Guerra fredda. Al suo interno si intrecciano tre filoni narrativi principali.

Il primo ruota intorno ai personaggi che frequentano il bar Aurora di Bologna. Tra loro spicca Robespierre “Pierre” Capponi, barista e ballerino di filuzzi (lo stile bolognese di ballo liscio) con uno speciale talento nel mettersi nei guai. È l’amante di Angela, la moglie di un temibile e rispettato pezzo grosso della sezione locale del PCI. Inoltre, il fratello di lei, Ferruccio, soffre di seri disturbi psichiatrici. A un certo punto Pierre decide di andare a cercare il padre, ammiratore di Tito unitosi al movimento di resistenza jugoslavo, perché è passato molto tempo dalla sua ultima lettera.

Il secondo è ambientato principalmente a Napoli. Qui è ancora attivo Charles “Lucky” Luciano, che mantiene saldamente il suo potere nel traffico mondiale di eroina nonostante la sua espulsione dagli Stati Uniti. Il vecchio boss mafioso ha un braccio destro, Stefano Zollo detto “Steve Cemento”, il cui compito è affondare i cadaveri dei suoi nemici nel golfo di Napoli applicando, appunto, degli “stivali” di cemento. Zollo è affiancato da uno scugnizzo, Salvatore “Kociss” Pagano, allibratore all’ippodromo di Agnano dove Luciano gestisce un giro di scommesse clandestine.

Il terzo ha come fulcro Cary Grant, divo di Hollywood dalle umili origini. Uno strano colloquio lo convince a prendere parte a una bizzarra missione diplomatica, permettendogli di trovare una via di fuga dagli incubi del suo passato, tra cui l’internamento in un manicomio dell’amica e collega Frances Farmer.

Queste trame, apparentemente assai distanti, finiranno per essere unite da un misterioso televisore McGuffin, il quale in alcuni capitoli viene trattato alla stregua di un vero e proprio personaggio.

Mentre ho trovato molto avvincenti le tre storie principali e buona parte delle sottotrame, i capitoli incentrati sulla figura del televisore, simbolo del progresso tecnologico, mi sono sembrati intrisi di un paternalismo eccessivo, poco efficace nel veicolare un valido messaggio di critica del capitalismo.

In conclusione, 54 per me presenta alcuni difetti, ma è godibilissimo. Se l’avete già letto, cosa ne pensate?

A presto!

B.B.

 

Un’isola: metafora della vita umana? – Considerazioni a cura di B.B.

 

IL LIBRO DELL'ESTATE

 

«Non è stata colpa tua», disse la nonna. «Adesso ascoltami. La tempesta sarebbe venuta in ogni caso.»

«Ma non così forte!» strillò Sofia. «Siamo stati Dio e io che l’abbiamo creata!»

[Traduzione di Carmen Giorgetti Cima]

Care amiche, cari amici,

Oggi vi parlerò di un romanzo breve: Il libro dell’estate (Sommarboken) di Tove Jansson.

Appartenente alla minoranza di lingua svedese, la Jansson è considerata un’autrice di culto nella natia Finlandia e conosciuta in tutto il mondo soprattutto per la serie di libri per l’infanzia illustrati con protagonisti i Mumin, esseri che nelle fattezze ricordano dei piccoli ippopotami. Tuttavia, nel corso della sua vita ha scritto anche alcuni romanzi per adulti. Il libro dell’estate è uno di questi.

La definizione di “romanzo” in questo caso mi sembra un po’ forzata. D’altro canto, anche quella di “raccolta di racconti” lo è, poiché i brevi capitoli non sono stati scritti intenzionalmente come storie separate e poi riunite in un secondo momento. Probabilmente sarebbe più opportuno definirla come un’opera al confine tra queste definizioni.

Ambientato in un’ignota e remota isola del Golfo di Finlandia, Il libro dell’estate narra, o meglio, descrive la vita di tre persone: un’anziana donna, suo figlio (che pronuncia una sola frase in tutto il libro) e la figlia di lui. La morte della madre della ragazzina è menzionata di rado. Questo forse anche per «quella loro radicata abitudine di tacere sulle faccende penose per soffrire di meno.» Nell’arco di ventidue capitoli prende forma il dialogo, a volte pacifico, a volte no, tra la nonna e la nipotina. Capitoli che, nel complesso del romanzo, sono tra loro al tempo stesso omogenei ed eterogenei.

Omogenei, perché l’ambientazione è l’elemento che li unisce. Anzi, la Natura del Golfo e dei suoi arcipelaghi è un vero e proprio personaggio onnipresente. Un’entità che, per quanto possa apparire sfuggente ed enigmatica, è immanente e il suo codice è decifrabile, se si conoscono i suoi segreti. È l’essenza che governa il mondo iuxta propria principia, ma che è indifferente alle sue tensioni e alle sue angosce. Non solo a quelle umane.

Omogenei, perché il linguaggio si mantiene uniforme, limpido e lineare fino alla conclusione. Lo stile è un concentrato ben riuscito di delicatezza e potenza, capace di spaziare dalle scene di vita quotidiana all’abbattersi della tempesta senza mai scomporsi. Le descrizioni dei luoghi e dei fenomeni naturali, dettagliate ma non pesanti, sono tra le migliori che abbia letto finora.

Eterogenei, perché lo scenario è immutabile solo in apparenza. È innegabile che la narrazione ceda spesso terreno alla descrizione. Tuttavia, ciò non esclude il dinamismo insito nei viaggi verso altre isole o il continente, nelle rare visite di alcuni amici e, a maggior ragione, nello scatenarsi della tempesta.

Anche se non sembra, il tempo scorre. Basta osservare le migrazioni degli uccelli marini per accorgersene:

La nonna salì sulla roccia riflettendo sugli uccelli in generale. Le pareva che nessun altro animale possedesse la loro capacità di sottolineare e completare drammaticamente un evento, i mutamenti delle stagioni e del tempo, e i cambiamenti che avvengono in una persona.

I personaggi mutano. La ragazzina, proiettata verso l’età adulta, con tutte le conseguenze, anche caratteriali, che ciò comporta. La nonna, verso la morte che presto o tardi verrà a prenderla. Nel frattempo, il dialogo tra le due investe «tutto ciò che sta fra il crescere e il morire». La sicurezza in se stessi, l’amore, la memoria, la morte… Gli argomenti toccati sono vari e problematici. In tutti emerge la saggezza della nonna, ispirata alla madre della Jansson, e quella della Jansson stessa, che è realmente vissuta su un’isola del Golfo di Finlandia, durante l’infanzia. Un’infanzia felice, senza la quale, sostiene, non avrebbe mai cominciato a scrivere. La felicità che consiste nell’equilibrio tra il timore del nuovo e il desiderio di provare, tra la sicurezza e il rischio: aspetto molto evidente quando Sofia riesce ad arrampicarsi e a scendere da un segnale marittimo molto alto.

Però… c’è una nota stonata. La caratterizzazione dei personaggi è il punto debole dell’opera, a mio avviso. Non tanto quella della nonna: la sua saggezza non rischia di sfociare in gretto e inutile paternalismo. Sofia, ispirata alla figlia del fratello della Jansson, cade nel cliché della bambina ribelle. All’inizio è estremamente testarda, franca, infantile. Ed è giusto che sia così, ma non è solo quello: è pure rabbiosa, aggressiva e selvatica. Fin troppo. E alla fine riesce anche a peggiorare. In una parola: insopportabile.

Per concludere, una lettura complessivamente piacevole e non impegnativa, adatta a essere portata sotto l’ombrellone, lieve e profonda allo stesso tempo. Chi è riuscito o dovesse riuscire a sopportare Sofia, da parte mia si merita un applauso!

B.B.

La leggerezza di un giardino e il fardello della memoria – Considerazioni a cura di B.B.

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Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.

 

Care amiche, cari amici,

Dopo una lunga assenza torno ad aggiornare il diario di bordo della mia traversata tra i flutti letterari. A un po’ di tempo fa risale la mia lettura di un romanzo che, per quanto non perfetto, ritengo sia doveroso leggere una volta nella vita. Sto parlando de Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, pubblicato per la prima volta nel 1962 e materia ispiratrice dell’omonimo film di Vittorio De Sica del 1970. Insieme con Cinque storie ferraresi (noto anche come Dentro le mura), Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, L’airone e L’odore del fieno compone Il romanzo di Ferrara, il ciclo contenente i racconti e i romanzi bassaniani ambientati in questa città.

Il libro racconta la storia di un’immaginaria famiglia ebraica alto-borghese di Ferrara, i Finzi-Contini, in un lasso di tempo che va dal 1929 al 1938, così come è raccontata da un anonimo narratore interno, assiduo frequentatore della loro villa e del loro campo da tennis. Racconto d’invenzione, ma ispirato a una vicenda reale: quella dell’allora presidente della comunità ebraica della città, Silvio Magrini, e dei suoi familiari. Bisogna tenere presente, inoltre, che l’intreccio non si discosta mai da un’accurata ricostruzione storica, che assume tratti sempre più tragici con la proclamazione delle leggi razziali e le sue ineluttabili conseguenze. La capacità di Bassani nel ricreare e trasporre su carta un’atmosfera che egli stesso deve aver vissuto in prima persona è ciò che, personalmente, più ho apprezzato di questo romanzo.

Trovare dei riferimenti geografici conosciuti in un libro che si sta leggendo è una sensazione impagabile, a maggior ragione se è ambientato in una città ben nota al lettore, magari di piccole dimensioni e, al giorno d’oggi, giudicata insignificante nel contesto nazionale. Al crocevia tra il Veneto e la Romagna, un tempo Ferrara ospitava una delle più fiorenti corti rinascimentali; ora è considerata la Cenerentola dell’Emilia. Fino alla Seconda guerra mondiale era popolata da una numerosa comunità ebraica, che gravitava intorno alle sinagoghe (Scola tedesca, Scola fanese, Scola italiana), tuttora esistenti, di via Mazzini, la strada principale di quello che fu il Ghetto.

Un aspetto interessante, sicuramente non nuovo, è l’idea del giardino come luogo “incantato”, in cui i giovani protagonisti – il narratore, i due figli del professor Ermanno Finzi-Contini e della moglie Olga, ovvero Alberto e Micòl, e alcuni loro amici, tra cui l’autoproclamatosi comunista Giampiero Malnate – si rifugiano dagli assalti di un’epoca oscura. L’epoca in cui gli ebrei vengono espulsi dalle scuole pubbliche e, guarda un po’, dai circoli sportivi…

Ciò che più ho faticato a comprendere è la psicologia di Micòl. Il motivo per cui il suo ambiguo rapporto con il protagonista sia un tema onnipresente e, a quanto pare, estremamente importante per l’autore, non mi è del tutto chiaro. Sebbene diventi sempre più evidente che il narratore (nonostante la sua timidezza) provi per lei un sentimento che va oltre l’amicizia, il comportamento della giovane è a dir poco criptico. A un certo punto decide improvvisamente di andarsene a studiare a Venezia, senza fornire alcuna spiegazione. Tempo dopo cerca di giustificarsi dicendo che sono troppo simili, «stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua». Questa affermazione potrebbe celare delle ragioni non percepibili a una prima lettura. Forse Micòl non ha alcuna intenzione di stringere un legame che vada al di là di un’amicizia consolidata, le cui radici affondano nell’infanzia. Oppure un senso di morte incombente si è nel frattempo annidato nella mente della ragazza, a mano a mano che la situazione storica va precipitando.

In ogni caso, il piccolo mondo suo, della sua famiglia, dei suoi amici sarà investito dal flusso inarrestabile della Storia. Ferrara e la sua comunità ebraica saranno travolte da una marea che, quando sale, non fa sconti a nessuno. Neanche a chi la vita deve ancora costruirla.

B.B.

 

Vetri smerigliati a velocità spaventose… – Considerazioni a cura di B.B.

tutto quello che non ricordo

 

Quanto deve essere forte uno schianto perché si senta fin nel futuro? A che velocità bisogna andare per sopravvivere nella memoria di qualcuno?

[Traduzione di Alessandro Bassini]

Care amiche, cari amici,

Questo romanzo è un gioiellino. Sarò sincera: ho iniziato a leggerlo per pura e semplice curiosità. Non avevo particolari aspettative; è stato più che altro il titolo a catturare la mia attenzione. Al termine della lettura o, meglio, già nel corso di essa, sono rimasta meravigliata. Grazie, Iperborea!

Ma andiamo con ordine.

Tutto quello che non ricordo (titolo originale svedese: Allt jag inte minns) di Jonas Hassen Khemiri è un’opera al confine tra romanzo e teatro. È il testo di una potenziale rappresentazione, ma scarnificata: nessuna battuta (in senso teatrale), nessun a parte, nessuna indicazione. Non è un caso che l’autore sia principalmente un drammaturgo.

Diverse voci si alternano all’interno dell’opera, senza altro preavviso all’infuori di uno spazio bianco, di un interstizio di silenzio. Nelle prime pagine si corre il serio rischio di rimanere spiazzati dalla scansione delle “battute”, ma presto si impara a riconoscere il personaggio che ha la parola in un certo momento.

Ambientato nella Svezia dei giorni nostri, Tutto quello che non ricordo è la storia di Samuel, un ragazzo che ha tragicamente perso la vita in circostanze poco chiare: si è trattato di un incidente o di un suicidio? Il romanzo si apre con uno scrittore intenzionato a gettare luce sull’accaduto intervistando tutti quelli che lo conoscevano. Sono queste interviste a creare la caleidoscopica, frammentata polifonia delle voci e a riflettere l’estrema relatività della nostra conoscenza degli altri e in primis di noi stessi. Il racconto di Vandad, l’amico speciale dall’infanzia difficile nonché voce più ricorrente, ci restituisce un Samuel forse un tantino poseur (vedi la sua irrefrenabile mania di vivere le esperienze più assurde per poter affermare di aver vissuto), ma al tempo stesso molto leale, fidato e discreto:

Non cercò di inquadrarmi scavando nella mia storia. Ed è per questo che siamo diventati amici. Ci siamo dati tempo. […] Scrivi soltanto che non abbiamo avuto bisogno di parlare tutto il tempo per capire che saremmo diventati migliori amici.

Altri personaggi molto importanti sono un’amica di gioventù nota con lo pseudonimo di “La Pantera”, artista underground (o almeno, così crede) a Berlino, dove lo stesso romanzo è in parte ambientato; la fidanzata Laide, sempre sul piede di guerra nei cortei pro-migranti (il suo atteggiamento, in particolare il trattamento che riserva a Samuel, mi ha fatto venire l’orticaria… ma non è rilevante ai fini di questa recensione); la nonna del protagonista, che combatte fino all’ultimo contro l’irrimediabile perdita della memoria.

La lacunosa vicenda di Samuel, in cui in realtà sono gli altri personaggi a riflettersi, è in ultima analisi il ritratto di un’intera generazione, non solo svedese. La generazione portabandiera dell’europeismo e del multiculturalismo, che voleva cambiare il mondo, ma che è stata marchiata a fuoco dalla delusione.  Per cosa? Per il fallimento dell’integrazione delle minoranze etniche e religiose nell’apparentemente tranquilla, civile e democratica Svezia (l’autore è di padre tunisino, lo stesso protagonista e altri personaggi hanno origini miste). Più in generale, per l’esito dello scontro tra utopia e cruda realtà, dove è la seconda a essere in vantaggio: condizione comune all’Europa tutta, ma molto evidente nella Berlino successiva alla caduta del muro. La volontà di ricominciare si è arenata di fronte alle difficoltà, si è infranta di fronte a una marea nera reazionaria e disumana.

Questo è lo spirito dei nostri tempi. Khemiri è riuscito a coglierlo.

Brillantemente.

B.B.

Ventiquattr’ore in un gulag – Considerazioni a cura di B.B.

una giornata di ivan denisovic

 

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatré giornate come quella.

Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

[Traduzione di Raffaello Uboldi]

È il novembre del 1962 quando un terremoto scuote il conformista establishment intellettuale sovietico. Sulla rivista letteraria Novij Mir viene pubblicato Una giornata di Ivan Denisovič. È il coraggioso debutto dell’allora sconosciuto Aleksandr Isaevič Solženicyn. È la prima volta che viene descritta, attraverso un’opera di finzione letteraria, la cruda realtà di un campo di lavoro staliniano.

L’autore vive concretamente l’esperienza del gulag. Arrestato il 9 febbraio del 1945 per aver criticato Stalin in una lettera indirizzata a un amico, viene condannato a otto anni di prigionia e in seguito al confino perpetuo. È il campo di lavoro speciale di Ekibastuz, nell’attuale Kazakistan, che gli fornisce l’ispirazione per il racconto lungo Una giornata di Ivan Denisovič.

Un’opera di finzione, sì, ma in cui l’aspetto autobiografico si percepisce nitidamente. Perché quando si tramandano esperienze simili, vissute in prima persona, alle generazioni che seguono, esistono due vie principali: la via memorialistica (vedi Se questo è un uomo, a mero titolo di esempio) e la via della finzione. Modalità di espressione, quest’ultima, che funziona come un filtro (o forse una lente d’ingrandimento) frapposto tra la dura concretezza della memoria e chi legge.

Non penso ci sia una via più efficace rispetto all’altra: dipende da chi scrive, da come scrive e dalle circostanze storiche, politiche e sociali che fungono da innesco. In questo caso, almeno per me, la “finzione” colpisce nel segno. Sono dell’opinione che renda la narrazione di portata meno personale, e più universale. Ivan Denisovič Šuchov è Solženicyn, è un qualunque zek (ex prigioniero del gulag, ex “nemico del popolo”, secondo la propaganda sovietica), e può potenzialmente essere ognuno di noi, quando ci rendiamo conto che un’ideologia intransigente e implacabile è inevitabilmente destinata a una conclusione tragica. Conclusione che non si limita alla “sola” formazione di un sistema concentrazionario, probabilmente il suo aspetto più evidente, ma anche al fenomeno, ancora più ampio, della manipolazione delle coscienze (basti pensare alla paranoia staliniana). Questo secondo aspetto è assai evidente in un altro racconto dello stesso Solženicyn, intitolato Alla stazione di Krečetovka, di cui consiglio la lettura.

Intanto che scrivo, mi sorge immediata un’altra domanda: è possibile recensire un’esperienza di vita vera, a maggior ragione così brutale? Il destino di chi, già arrestato dai tedeschi, viene imprigionato di nuovo, nella sua terra, perché bollato come “traditore” della patria? Esprimere un’opinione sul freddo sferzante della steppa in cui i detenuti sono costretti a sgobbare, oltretutto in maniera improduttiva? Sui guardiani ottusi e minacciosi? Sui mediocri e grigi burocrati, rigidamente inquadrati e sospettosi? Sull’egoismo bestiale che colpisce chi è rimasto senza niente, a parte qualche consunto straccio e un paio di stivali rotti? In tutta onestà, non conosco alcuna risposta.

È con questo senso di smarrimento che concludo quella che somiglia di più a una matassa di pochi pensieri e molte domande, dipanata con fatica, che a una recensione.

B.B.

Oh mirabile mondo nuovo… – considerazioni a cura di B.B.

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Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Progresso.

[Traduzione di Lorenzo Gigli e Luciano Bianciardi]

Care amiche, cari amici,

Scommetto che molti di voi avranno letto 1984 di George Orwell. Bene. È già un’ottima base. Non c’è insegnante che non vi abbia obbligato a leggerlo o che non ve lo abbia almeno nominato come il romanzo distopico per eccellenza. Al contrario, non sono altrettanto sicura che abbiate letto Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Non preoccupatevi: è più che comprensibile. Io stessa lessi il primo alcuni anni fa. Solo assai recentemente mi sono lanciata con il secondo.

Può sembrare banale sostenere che Il mondo nuovo sia stato letteralmente sovrastato, limitatamente alla fama, da 1984 (e in parte, forse, anche da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury), ma d’altronde sono piuttosto convinta che le cose stiano così. Correggetemi se sbaglio. Mentre mi accingo a scrivere le mie considerazioni, mi rendo conto che sarà praticamente impossibile per me non confrontare tra loro queste opere.

Prima di tutto, ritengo sia d’obbligo un’osservazione puramente linguistico-letteraria. L’aggettivo brave che compare nel titolo originale del romanzo (Brave New World), ma omesso in quello italiano, richiama esplicitamente una battuta di Miranda ne La tempesta di Shakespeare. Dal momento che Huxley si rifà alla tradizione letteraria dello stesso Bardo, questo aggettivo può essere tradotto come mirabile o eccellente.

How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!

Tale citazione (solo un esempio del leitmotiv shakespeariano che martella l’intera narrazione) è ben più di un’allusione dotta: è la frase cardine su cui il racconto prende forma. Alla luce del contesto sociale dipinto nel libro, essa assume una connotazione tragicamente grottesca.

Visionario e profetico, questo romanzo presenta il tipo di società verso il quale, con ogni probabilità, ci stiamo avvicinando a passi da gigante: il sistema capitalistico portato alle sue estreme conseguenze. Un mondo che ha fatto propri i principi della produzione in serie, rendendoli veri e propri modelli su cui forgiare la società.

Un mondo in cui l’individualità non esiste: esiste solo una grande comunità di “ingranaggi” biologici, prodotti industrialmente in provetta nei Centri di Incubazione. Questi “ingranaggi” non sono tutti uguali: ci sono gli Alfa, pochi ma intelligenti, che occupano posizioni dirigenziali; poi, in ordine decrescente di capacità intellettuali, i Beta, i Gamma, i Delta e gli Epsilon, i numerosissimi semiaborti destinati a svolgere i lavori più pesanti. Questa struttura gerarchica piramidale, molto simile a quella delle colonie di api o di formiche, è frutto dell’incessante condizionamento psicofisico a cui gli embrioni (e in seguito i bambini e gli adolescenti) vengono sottoposti. Con la somministrazione di determinati preparati, con i metodi “neo-pavloviani” (tecniche basate sui celebri studi di Ivan Petrovič Pavlov sul riflesso condizionato) e con l’ipnopedia (condizionamento psichico che avviene attraverso la ripetizione di slogan durante il sonno), vengono prodotti membri della società estremamente docili agli ordini e amanti del proprio lavoro, qualunque esso sia.

Un mondo in cui «tutti sono felici». Tutti lavorano poco e con piacere. Basta una razione di soma (droga miracolosa che apporta solo benefici) per sfuggire ai problemi che, di tanto in tanto, possono affacciarsi. Tutti sono liberi di inseguire il proprio piacere, senza restrizioni. Degne di nota sono le parole di Mustafa Mond, uno dei dieci Governatori mondiali:

Sette ore e mezzo di lavoro leggero e non estenuante, e poi la razione di soma e le copulazioni senza restrizioni e il cinema odoroso. Che cosa potrebbero chiedere di più?

È, invece, giudicato inaccettabile restare da soli, essere monogami, fare a meno del soma o esprimere pareri critici sulla società.

E cosa dire del complesso rapporto della felicità con la verità e con la bellezza? Secondo Mustafa Mond:

La felicità universale mantiene in ordine gli ingranaggi; la verità e la bellezza non lo possono.

La verità non è che sia scomparsa o censurata (come riteneva Orwell). La verità c’è, ma si vede a fatica, affogata in una marea di banalità e di divertimenti (nel senso latino del termine, de-vertere, “distogliere” o anche “deviare”). Fenomeno che sta già accadendo sotto i nostri occhi.

Questo mondo non è razionale, ma non esiste una divinità come la intendiamo noi: viene semplicemente sostituita da un’altra forma di divinità, ossia Ford (vedi la frequente esclamazione dei personaggi «Oh, Ford!» in luogo di «Oddio!»). Una “religione capitalistica” che condivide con i culti a noi familiari la componente irrazionale e la necessità di istituire un sistema di datazione e pratiche rituali («orgy porgy»). L’anno 0 da cui comincia tale misurazione del tempo è il 1908, quando la Ford Motor Company iniziò la produzione della famosissima automobile “Modello T”.  Il romanzo, infatti, è ambientato a Londra nell’anno 632 dell’era di Ford (2540 della nostra era).

Un altro particolare significativo: le stazioni ferroviarie londinesi cambiano nome. Per esempio, Charing Cross diventa Charing-T.

La T: una nuova croce che sostituisce quella cristiana.

Tuttavia, la “teologia di Ford” non ha in realtà nulla di teologico, metafisico o spirituale. Non prova né a rispondere ai grandi quesiti esistenziali dell’uomo, né a prospettargli una vita ultraterrena. La morte stessa è vista soltanto come un fenomeno naturale e, soprattutto, la cremazione è un ottimo metodo per ottenere fosforo a buon mercato per concimare i terreni.

Nel mondo nuovo i libri non esistono. O meglio, ci sono, ma solo nelle casseforti dei Governatori mondiali. O nella riserva di nativi americani in cui nasce colui che vuole sovvertire l’ordine costituito, John il Selvaggio, cresciuto leggendo uno sgualcito volume di opere complete di Shakespeare venuto chissà da dove. La differenza principale con Fahrenheit 451 è che non c’è un esplicito divieto di leggere libri. Non si trovano in giro perché sono oggetti anacronistici, propri di un’oscura epoca precedente, ancora non illuminata dalla luce del progresso. E poi, le menti inebetite dal soma potrebbero capirli? Potrebbero, i libri, reggere il confronto con il cinema odoroso o i campi da golf magnetico?

John il Selvaggio è nato “per sbaglio” da una Beta, Linda, e dal capo del principale Centro di Incubazione di Londra, Thomas Tomakin, durante una loro vacanza nella riserva. In una società in cui non esiste più il concetto di “famiglia”, giudicato non solo anacronistico ma addirittura tabù, non si possono udire le parole “madre”, “padre”, “figlio” senza provare un enorme imbarazzo. John ha modo di conoscere il mondo “civilizzato” grazie a Bernard Marx, un Alfa anomalo (si dice che, quando ancora era un embrione, fosse stato introdotto per errore dell’alcol nel suo surrogato sanguigno) recatosi in vacanza nella riserva con la sua compagna del momento, la Beta Lenina Crowne. Lenina può essere considerata, sotto un certo punto di vista, come un’incarnazione dello stesso mondo nuovo, verso il quale John prova contemporaneamente attrazione e repulsione. Invece, la vecchiaia di Linda è rifiutata energicamente dalla (apparentemente almeno) giovane donna. Infatti, anche la senilità è stata abolita dalla “civiltà”: la gente vive a lungo e mantiene fino alla morte un aspetto giovanile assumendo determinate sostanze.

Riuscirà John a intaccare l’equilibrio di questa società “perfetta”? Non vi faccio spoiler. Lo scoprirete voi…

Per chi, invece, l’ha letto: cosa ne pensate? Sono curiosa di conoscere le vostre opinioni!

Per chi vuole approfondire, consiglio la visione di questo video, basato su un testo critico, che mostra le differenze tra 1984 e Il mondo nuovo:

https://www.youtube.com/watch?v=9eeHuVyHKOU

A presto,

B.B.

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Vi auguro una piacevole permanenza!

B.B.